A inizio 2026 molte imprese italiane si trovano in una situazione delicata: hanno presentato un progetto su Transizione 5.0, in diversi casi hanno ricevuto un ok tecnico, ma non hanno ancora alcuna conferma sulla disponibilità effettiva dei fondi. Altre aziende hanno caricato la domanda dopo il 7 novembre 2025 e da settimane non ricevono aggiornamenti sostanziali.
Il risultato è un diffuso senso di incertezza: investimenti avviati, contratti firmati, piani industriali costruiti su un incentivo che oggi appare formalmente esistente ma finanziariamente saturo.
È utile quindi fare chiarezza, senza illusioni e senza allarmismi.
Il punto di partenza: le risorse 5.0 non sono infinite
Nel corso dell’autunno 2025 il MIMIT ha comunicato l’esaurimento delle risorse disponibili per il Piano Transizione 5.0, a seguito della rimodulazione dei fondi PNRR. Le domande successive sono rimaste formalmente valide, ma collocate in una lista d’attesa cronologica, senza copertura finanziaria certa.
A gennaio 2026 il Ministero ha chiarito che le risorse oggi effettivamente disponibili per il 5.0 (PNRR rimodulato più integrazioni di fine anno in corso di formalizzazione) dovrebbero:
- coprire con certezza tutti gli investimenti già conclusi,
- coprire in larga parte quelli con acconti già versati,
- mentre per le pratiche ancora “in prenotazione” la situazione resta aperta e dipenderà dal consuntivo finale delle domande e dagli eventuali scorrimenti.
Questo significa una cosa molto concreta: una parte dei progetti 5.0 verrà finanziata, una parte probabilmente no.
Cosa significa essere “in lista d’attesa”
Per le aziende che oggi hanno:
- ok tecnico ma nessuna conferma fondi,
- oppure domanda caricata dopo il 7 novembre,
la posizione giuridica è questa: la domanda è valida, è registrata, ma non attribuisce alcun diritto acquisito al credito d’imposta.
In termini pratici, sei in una lista d’attesa amministrativa.
Se si liberano risorse (rinunce, decadenze, ridimensionamenti di progetti) o se il perimetro finanziario regge al consuntivo, la tua pratica può rientrare. Se questo non avviene, la pratica resta senza copertura.
È un limbo vero, non una fase procedurale fittizia.
Un equivoco da chiarire: non si “spostano” i progetti 5.0 su altre misure
Negli ultimi mesi si è diffusa un’idea sbagliata: che i progetti 5.0 non coperti possano essere “dirottati” automaticamente su Transizione 4.0 o sulle misure 2026.
Questo non è vero.
Non esiste alcun meccanismo normativo che consenta al GSE o al MIMIT di:
- prendere una domanda 5.0,
- e trasformarla d’ufficio in una domanda 4.0 o in un’agevolazione diversa.
Le misure sono giuridicamente autonome.
Un progetto 5.0:
- o viene finanziato come 5.0,
- o non è finanziato.
Punto.
Se resta fuori, non “migra”: si spegne come 5.0.
Le misure previste dalla Legge di Bilancio 2026 (iperammortamento, nuova architettura di incentivi) non sono una prosecuzione automatica del 5.0, ma strumenti alternativi su cui le imprese, se vorranno, dovranno ripianificare consapevolmente i propri investimenti.
Cosa può succedere nei prossimi mesi
Da qui alla chiusura della finestra di rendicontazione e consolidamento (fine febbraio 2026) possono accadere tre cose:
- Scorrimento delle graduatorie
Alcuni progetti non arriveranno a completamento o decadranno: questo può liberare risorse per chi è in coda. - Assorbimento parziale delle liste d’attesa
Se il consuntivo delle pratiche “forti” (concluse / con acconti) rientra nelle risorse effettive, una parte delle prenotazioni potrà essere finanziata. - Chiusura definitiva del perimetro 5.0
I progetti che restano fuori non avranno copertura su questa misura e dovranno essere ripensati su altri strumenti.
Ad oggi non esiste un atto che garantisca la copertura di tutta la coda. Questo è il dato di realtà.
La tempistica: perché bisogna aspettare Febbraio?
Nonostante le rassicurazioni politiche (“Niente allarmismi, i finanziamenti ci sono”, ha dichiarato il Ministro Urso), la certezza tecnica non è immediata. Il Ministero ha chiarito che sta completando il monitoraggio puntuale delle prenotazioni reali rispetto a quelle decadute o rinunciate. I dati definitivi e ufficiali saranno resi noti solo entro la fine di febbraio 2026.
Questo significa che, sebbene le probabilità di finanziamento siano oggi molto più alte rispetto a una settimana fa, le imprese dovranno convivere con l’incertezza operativa ancora per circa 40-50 giorni.
I numeri sul tavolo: il “tesoretto” da 1,3 miliardi
Secondo le fonti ministeriali, la copertura finanziaria per sbloccare le pratiche rimaste nel limbo di fine 2025 si basa su due pilastri:
- Lo zoccolo duro della 5.0: Sono confermati 2,75 miliardi di euro specificamente allocati per la Transizione 5.0 (derivanti dalla rimodulazione del PNRR e dal decreto originario).
- La novità dei 1,3 miliardi: Il MIMIT ha evidenziato la disponibilità di ulteriori 1,3 miliardi di euro, stanziati dalla Legge di Bilancio e tecnicamente destinati al rifinanziamento dei crediti d’imposta Transizione 4.0.
È proprio su questa cifra che si gioca la partita. L’intenzione del Governo sembra quella di far convergere queste risorse per garantire una “copertura sistemica” degli investimenti tecnologici, andando di fatto a sanare le code di prenotazione che si sono create nei mesi scorsi.
Se confermata, questa iniezione di liquidità porterebbe il plafond complessivo oltre i 4 miliardi, una cifra sufficiente a coprire la quasi totalità delle domande “con riserva” presenti sui portali del GSE.
Cosa dovrebbero fare oggi le imprese nel limbo
Serve pragmatismo, non attesa passiva.
- Tenere la pratica “viva” e pulita
Qualunque richiesta di integrazione o aggiornamento va gestita con la massima rapidità. Molte pratiche vengono escluse non per mancanza di fondi, ma per errori formali.
- Portare il progetto allo stato più avanzato possibile
Le dichiarazioni istituzionali indicano chiaramente che la priorità di copertura è per investimenti conclusi o con avanzamenti finanziari qualificanti. Dove tecnicamente e contrattualmente possibile, arrivare preparati a quella finestra è rilevante.
- Preparare un piano B
Non per rinunciare al 5.0, ma per non farsi trovare scoperti.
Se il progetto restasse fuori, occorrerà verificare:
- quali asset sono riconducibili a misure 2026,
- come riposizionare l’investimento,
- quali parti sono recuperabili fiscalmente e quali no.
Questo lavoro non è automatico e non è neutro: incide su bilanci, pianificazione fiscale, tempi di ritorno dell’investimento.
Una riflessione di sistema
La situazione Transizione 5.0 lascia una lezione chiara: la politica industriale non può basarsi su misure ad alta complessità tecnica con risorse instabili e orizzonti corti.
L’innovazione, soprattutto quella che integra digitale, impianti ed energia, richiede regole chiare e applicabili, non finestre incerte. Il fatto che oggi molte imprese siano costrette a chiedersi se un progetto già avviato sarà finanziato o meno è un segnale di fragilità del modello.
Detto questo, non siamo davanti a un “vuoto”: il 2026 apre un nuovo quadro di incentivi. Ma per molte aziende il passaggio dal 5.0 alle misure future non sarà una continuità: sarà una riprogettazione.
Essere oggi “in lista d’attesa” su Transizione 5.0 significa essere in una zona grigia reale, non procedurale.
Alcuni progetti rientreranno. Altri no.
Ciò che è importante comprendere è che:
- nessuno sposterà d’ufficio i progetti su altre misure;
- chi resta fuori dovrà ripensare strategicamente il proprio investimento;
- i prossimi mesi saranno decisivi per trasformare un limbo amministrativo in una scelta industriale consapevole.
In questa fase, più che inseguire annunci, alle imprese serve controllo tecnico delle pratiche, lettura lucida degli scenari e pianificazione alternativa.
È su questo terreno che si giocherà davvero il 2026.