Transizione 4.0, 5.0 e il corto circuito delle comunicazioni GSE

In queste settimane molte imprese stanno vivendo una sensazione che anche noi professionisti, nostro malgrado, abbiamo imparato a conoscere: non è l’innovazione a spaventare, ma l’incertezza.

Un’incertezza che, in questo caso, non dipende solo dalla complessità tecnica dei progetti o dall’interpretazione della norma, bensì dalle modalità con cui il GSE sta comunicando con le aziende in una fase delicatissima di chiusura e riallineamento del Piano Transizione 5.0, con la contestuale necessità di scelta rispetto alla Transizione 4.0.

Il quadro normativo è stato reso più stringente dal decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, che ha cristallizzato il divieto di cumulo tra i crediti 4.0 e 5.0 per i medesimi beni e imposto alle imprese che hanno presentato domanda per entrambe le misure di optare entro il 27 novembre 2025 per uno dei due crediti d’imposta.

Le modalità operative sono state poi dettagliate con l’avviso del MIMIT del 25 novembre 2025: il GSE invia una PEC con un modello di dichiarazione e l’impresa deve fare la scelta di rinuncia a una delle due misure entro la scadenza.

 

Le integrazioni 5.0: indicazioni operative

Parallelamente, sempre secondo la cornice tracciata in questi giorni, è stato previsto un termine ultimo per sanare pratiche incomplete, con integrazioni possibili fino al 6 dicembre 2025 per specifiche casistiche e con limiti ben precisi (ad esempio, non è sanabile l’assenza della certificazione energetica).

Fin qui, la norma.

La difficoltà nasce però quando la prassi – o meglio, la comunicazione operativa – produce un effetto di discontinuità che rende arduo per aziende e consulenti agire con la necessaria serenità e precisione.

Come ha ben evidenziato Marco Belardi nel suo contributo su LinkedIn, il GSE ha avviato controlli che si basano su modelli e richieste standardizzate, spesso incapaci di distinguere tra fasi diverse del progetto, con un impatto operativo evidente sulle imprese.

 

L’effetto “termine mobile”

E qui arriviamo alle situazioni che stiamo riscontrando anche noi sul campo: è ormai frequente che la comunicazione del GSE conceda 10 giorni per le integrazioni, mentre entrando in piattaforma il termine risulti ridotto a 1, 2, 3 giorni o addirittura a meno di 24 ore.

In alcuni casi, la situazione assume contorni quasi surreali: PEC ricevute “oggi” che chiedono integrazioni “entro ieri”. Se a ciò si aggiunge la possibilità – comunicata dal GSE – di ricevere richieste anche tramite e-mail ordinaria e non solo via PEC, il risultato è un ecosistema informativo multi-canale che aumenta esponenzialmente il rischio di errore umano.

 

Richieste incoerenti con lo stato del progetto

Una seconda fronte di incertezza riguarda la coerenza tecnica delle integrazioni richieste.

Come sottolinea Belardi, l’uso di modelli uniformi rischia di generare richieste di documenti che presuppongono investimenti già realizzati anche in progetti che sono ancora in fase di prenotazione o in stati intermedi.

Nella pratica, ci è capitato di vedere richieste rivolte a progetti “ex ante” che domandavano:

  • prova di avvenuta consegna dei beni,
  • sistema di interconnessione,
  • prova di pagamento di tutte le fatture,
  • oggettiva possibilità di conclusione entro il 31/12.

documenti e informazioni che, per loro natura, appartengono tipicamente a fasi successive (perizia 4.0, certificazione energetica ex post, revisione contabile).

La successiva comunicazione da parte del GSE di “non considerare le richieste non coerenti con la fase del progetto” non annulla tuttavia il problema originario: l’azienda ha comunque ricevuto un input urgente, potenzialmente contraddittorio, in un contesto già ad alta pressione.

 

Piattaforme, bug e asimmetrie di responsabilità

A rendere il tutto più delicato è la percezione di un’asimmetria: alle imprese si chiede di rispettare tempi strettissimi (non sempre chiarendo se si tratti di giorni lavorativi o solari), mentre la piattaforma di gestione – che dovrebbe incarnare lo spirito stesso della modernizzazione industriale – presenta bug e colli di bottiglia che rallentano risposte e aggiornamenti.

In una logica pienamente “5.0”, sarebbe ragionevole attendersi che la piattaforma potesse incrociare i dati almeno per partita IVA e guidare selettivamente le aziende nelle casistiche di sovrapposizione 4.0-5.0, riducendo il rischio di duplicazioni e scongiurando lo scenario critico che si verrà a creare al proliferare delle comunicazioni “spontanee” suggerite dalle stesse istruzioni operative.

 

Il nodo risorse: domanda alta, budget ridotto

Sul piano macro, poi, pesa lo scenario finanziario.

La rimodulazione del PNRR ha portato a una riduzione delle risorse di Transizione 5.0, con un nuovo ordine di grandezza attorno ai 2,5 miliardi, mentre la domanda potenziale ha corso molto più veloce.

Questo scarto, oggi, è uno dei motivi strutturali della “stretta” e delle verifiche accelerate.

È comprensibile la necessità di controlli più rigorosi per filtrare progetti deboli o caricati in fretta. Ma è altrettanto vero che molte imprese e molti consulenti hanno lavorato con metodo, investendo tempo e risorse per costruire dossier solidi e conformi al dettato normativo.

Con questi presupposti, la chiarezza della comunicazione non è un requisito generico e scontato: è una garanzia di equità procedurale.

 

Il punto di vista di Innovation Machine

In Innovation Machine crediamo che la transizione digitale ed energetica non possa essere gestita con un approccio emergenziale.

Non per ragioni teoriche, ma per una ragione molto concreta: quando il tempo si comprime e le istruzioni cambiano rapidamente, aumenta la probabilità di errore e diminuisce la qualità complessiva dei progetti.

La fase di fine novembre-inizio dicembre 2025 ci consegna quindi una lezione duplice:

  • da un lato, la necessità di strumenti normativi rapidi per governare la spesa;
  • dall’altro, l’urgenza di una comunicazione procedurale omogenea, tracciabile e coerente con le fasi progettuali.

Perché scegliere tra 4.0 e 5.0 è un atto strategico. Ma farlo in un clima di messaggi disallineati, scadenze “elastiche” e richieste a volte incoerenti rischia di trasformare una misura pensata per innovare il Paese in un test di resistenza amministrativa.

Non è questo lo spirito della transizione che vogliamo accompagnare: auspichiamo che ragionevolezza, competenza e programmazione possano prevalere sui disguidi e sui continui rimaneggiamenti, restituendo alle imprese un quadro chiaro e coerente su cui costruire scelte davvero strategiche.

 

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